Rio Ferdinand dai gol ai pugni

«Ali, bomaye, uccidilo!» gridavano in centomila nella notte di Kinshasa. George Foreman doveva già morire nel «Rumble in the Jungle», la rissa nella giungla del 30 ottobre 1974 sul ring dello Stade Tata Raphael in Zaire, contro lo smargiasso più grande di sempre, Muhammad Ali. Testimoni un miliardo di telespettatori, allora un quarto della popolazione del pianeta: la missione omicida fallì perché Big George crollò sì all’ottavo round per ko, il suo primo dopo 40 vittorie filate di cui 37 prima del limite, e perse la corona mondiale dei pesi massimi strappata a Joe Frazier, ma era ancora vivo e pronto alla vendetta. Sportiva si intende, perché di Cassius Clay divenne l’amico più caro, al punto di sorreggerlo per salire sul palco degli Oscar, minato dal Parkinson, a ricevere il premio per il film documentario «When We Were Kings» (Quando eravamo re). Nella notte tra venerdì e sabato Foreman è morto davvero, a 76 anni, nel suo Texas, lasciando cinque mogli e dodici figli. «Devoto predicatore, devoto marito, padre amorevole, orgoglioso nonno e bisnonno, ha condotto una vita segnata da fede granitica, umiltà e determinazione», si legge nel post dei familiari ma è impossibile riassumere la drammatica e stupefacente esistenza del demolitore gentile, non c’è riuscito nemmeno il regista George Tillman Jr. quando nel 2022 ha girato il film biografico «Big George Foreman» con l’attore Khris Davis a cercare di restituire le emozioni e le tragedie del due volte campione dei pesi massimi, reduce da un’infanzia, per una volta è vero, difficile e turbolenta, senza una figura paterna di riferimento, in un quartiere che pure lui, con la sua stazza vicina ai due metri e al quintale di peso, contribuisce a rendere tumultuoso per rapine, zuffe, arresti, lunghe detenzioni fino alla grande idea del lungimirante ist ruttore Nick Broadus di trasformare questo rissoso ragazzone in un fuoriclasse della boxe, sgrezzandolo e motivandolo. Così all’Olimpiade d’alta quota, quella del 1968 in Messico, il 19enne Foreman conquista la medaglia d’oro battendo in finale per ko il lituano, allora sovietico, Jonas Cepulis, di dieci anni più maturo. Ma più che per il successo, Big George diventa famoso per il gesto compiuto dopo il match: festeggia sventolando una bandierina statunitense, pochi giorni dopo il celebre e terribilmente rivoluzionario pugno chiuso ostentato sul podio dei 200 metri dai connazionali Tommie Smith e John Carlos, a sostegno del Black Panther Party, fondato due anni prima per i diritti della popolazione americana di colore. Foreman prosegue la carriera nell’impopolarità, per il carattere e il suo stile asciutto ed essenziale per nulla spettacolare – ganci e montanti senza lasciare respiro – ma alla fine anche i peggiori detrattori si inchinano alla sua potenza devastante quando il 22 gennaio 1973 a Kingston, Giamaica, sfida l’imbattuto e «imbattibile» campione dei massimi in carica, Joe Frazier. E lo demolisce. Letteralmente. Al primo round lo manda al tappeto tre volte, giustiziandolo al terzo con un destro che trasforma l’avversario in un fuscello strappato via dal tornado. «Foreman fece di me uno jo-jo». La carriera di Foreman sembra destinata all’apoteosi ma poi arrivano il Rumble di Kinshasa, altri incontri in altalena, un nuovo successo su Frazier, la sconfitta al tappeto con il portoricano Jimmy Young e la crisi mistica, narrata nell’autobiografia del 2007 «God in my corner». Foreman racconta di un episodio di Nde (Near death experience), la morte vissuta da vivo, con Dio che lo rimanda sulla Terra a patto di dedicarsi alle buone azioni e chiudere con i pugni. E lui esegue. Apre a Houston il George Foreman Youth Center per aiutare i giovani problematici e si concentra sulla lettura del Vangelo. Per dieci anni. Poi torna sul ring e il 5 novembre 1994, a quasi 46 anni, torna Big George strappando a Michael Moorer, 18 anni più giovane, la corona mondiale a Las Vegas. Poi si inginocchia e ringrazia il Cielo, forse a scusarsi con lui.

Federico Pistone (Corriere della Sera)