Renzo Zenobi. Invidia non ne ho

L’Aviatore è tornato. A settant’anni suonati, Renzo Zenobi, ritrova la sua emozione poetica e musicale, accompagnata, ammirata – e a volte invidiata – da colleghi che contrariamente a lui hanno venduto tanto e sono diventati leggende della nostra canzone d’autore come De Gregori, Dalla, Venditti, Conte.

«L’invidia non so neanche che cos’è. Loro sono semplicemente più bravi e hanno meritato il successo. E poi se il sole splende sulle persone che mi stanno vicino di riflesso arriva anche a me».

In Francia avrebbe forse raggiunto la fama di un Moustaki, erre moscia inclusa, ma qui le sue canzoni non si sono “trasformate in oro”, come auspicava ironicamente in “Telefono elettronico”, unico suo brano a scalare la hit parade, siamo nel 1982.

Dalla leopardiana “Silvia” del 1975 alla dannunziana “Di tamerici e di sabbia”, pezzo forte dell’ultimo album “Volando” (MpRecords), dodici inediti più una vecchia conoscenza, Aviatore, solo voce e piano, quello magico di Arturo Stàlteri che ha regalato gli incipit più emozionanti ai brani di Rino Gaetano.

«Ci siamo ritrovati dopo più di trent’anni, è stato lui a convincermi di riproporre Aviatore in questa versione così intima e suggestiva».

Zenobi, classe 1948, compie il giro completo dell’altalena della musica d’autore e la fa tornare alle origini, liriche, melodiche, anacronistiche, in un’epoca gelida di hip hop, rap, trap, raggaeton.

Che senso ha?

«Forse nessun senso. Ma io questo so fare. Ho capito che avevo ancora qualcosa da comunicare e rieccomi. A mio modo, senza compromessi. Ma anche senza ragnatele. Molti mi han detto che è un disco bellissimo ma qualcuno ha anche aggiunto: cosa diavolo sono le tamerici?».

Zenobi non è per tutti. Come quando canta: “L’amore passa sulle spalle e poi si infila dentro il collo e lui lo sa il più bel maggio che siamo datteri di mare aggrappati ad uno scoglio, lagrime appese sulle foglie e fiocchi azzurri sui portoni”.

Lagrime con la g. Roba da poesia dell’Ottocento…

«È una canzone dell’album Bandierine. A Ennio Morricone piaceva così tanto che mi trascinò alla Rca e chiese a Ennio Melis, il papà dei cantautori: vuoi un arrangiamento commerciale o raffinato? Cosa può aver risposto uno come Melis?».

Raffinato.

«Certo, addirittura vestì le canzoni con tre arrangiamenti sovrapposti, operazione stilistica mai tentata prima. Ne uscì un disco rarefatto, magico, spirituale. La radio non lo passò mai. Troppo difficile, dissero, secondo loro la gente non era pronta».

Negli anni 70 un ragazzino, chiamato Francesco De Gregori, la trascinò al Folkstudio, il locale romano di riferimento della musica d’autore.

«Lì sono passati i migliori, i pionieri. Io non avevo ancora composto niente. Avevo solo messo in musica Paolo e Francesca dalla Divina Commedia! Francesco mi costrinse a scrivere qualcosa di mio».

Così nacque Silvia, il racconto di una primavera toscana: “Cerchi di limone alle colline, il tuo glicine sognava nodi di mare sulle nostre dita”. Beppe Severgnini l’ha giudicata «fantastica: la Toscana in una canzone» fra i dieci capolavori della nostra musica, accostata a Pensieri e parole di Battisti, Incontro di Guccini, Certe notti di Ligabue.

«A De Gregori piaceva anche il mio stile di pizzicare la chitarra, un fingerpicking puro, che avevo imparato da un amico americano. Mi ingaggiò come chitarrista per i suoi primi album, Rimmel compreso. In alcune canzoni, come La casa di Hilde e Piccola mela ci sono solo la sua voce e la mia chitarra. Oggi è lui, Francesco, il migliore cantautore in assoluto».

E le ha rinnovato i complimenti per il suo ultimo album.

“È stato gentile, ha detto che la buona canzone d’autore si può fare anche con un arrangiamento moderno, senza bisogno di fisarmoniche, archi e chitarre”.

E i rapper? Sono loro i cantautori della nuova generazione?

«Chi lo sa, io non li amo e non li ascolto molto. Ce ne sono alcuni, come Fedez e J-Ax, che sono un gradino sopra gli altri, per quello che scrivono e per la profondità dei loro messaggi. Mi piacciono Thegiornalisti, mi ricordano i Luna Pop riveduti e corretti per la nuova generazione. Calcutta è interessante. Ghali: non riesco a sentirlo, non lo capisco e mi dà fastidio l’effetto elettronico dell’auto-tune. Sferaebbasta? Sfera e chi?».

Potrebbe avventurarsi in un testo rap?

«Per quel tipo di canzone ci vogliono milioni di parole e anche se te ne perdi un po’ non cambia niente. Le mie sono mollichine di pane, tutte importanti, non vorrei sprecarle».

«Vai, che bello!». Lucio Dalla ci infilò questa esclamazione estasiata nel bel mezzo di Telefono elettronico.

«Lucio era in sala di registrazione e cantò il brano in contemporanea dando istruzioni in cuffia agli Stadio su come interpretarlo. La sua parte non doveva comparire, ma era talmente irresistibile che alla fine rimasero i suoi commenti (c’è anche un “dolce, dolce”) e alcune strofe, compreso il finale improvvisato in una lingua inesistente, delle sue».

Lucio Dalla scrisse di lei: “Un cult nel mondo dei cantautori. Mi piacerebbe che il pubblico conoscesse anche questo angolo della canzone, oggi che le musiche sono quasi sempre uguali e che le parole fanno fatica a volare”».

Ma forse nessuno vuole più volare.

«Sono tutti troppo impegnati a fare altro. Una poesia, come una canzone profonda, richiede tempo, attenzione, sensibilità. Oggi, soprattutto i giovani, preferiscono la facilità, o la banalità, di scorrere velocemente le immagini dei social».

Ha regalato canzoni a molti artisti come Ron, Nada, Vanoni. Perché il suo amico Baglioni, che le ha dedicato quasi un’ode per accompagnare il libro-cd Canzoni sulle pagine (Arcana, 2013), non le ha mai chiesto un testo o una musica?

«Perché se li scrive lui. E sicuramente meglio. E anche se nei primi grandi successi condivide la composizione con un paroliere, Antonio Coggio, dietro c’era sempre e solo l’anima di Claudio. E lo ha dimostrato nel proseguimento della sua carriera».

Lucio Battisti arrivò a definire Baglioni “l’erede di Claudio Villa”. Non la prese bene.

Claudio nasce come cantante pop, e così ha venduto milioni di dischi. Ma ha poi composto, da solo, brani splendidi. Da cantautore. Altri artisti di grande successo come Zucchero o Tiziano Ferro sono in bilico fra pop e musica d’autore. Ma chi ci obbliga a definirli?

Vasco Rossi e Ligabue?

Loro sono due rocker che hanno realizzato capolavori e anche cose modeste, resta però la capacità di radunare folle entusiaste e oceaniche. Un motivo ci sarà.

Chi rappresenta meglio la musica d’autore in Italia?

Sono quelli, non si scappa. De André, De Gregori, Dalla, Guccini, Vecchioni, Conte. Tutti artisti infiniti.

Provo a dormire e ti penso, forse la più bella del nuovo album, dice: “Oggi ho incontrato un amico di sempre, si chiama coraggio”. È “lui” che ti ha suggerito di uscire con un album così a settant’anni?

Sì ma nella stessa canzone ammetto che il coraggio “torna meno frequente. La paura invece abita con me in questa casa forse da sempre”.

Con la confessione finale: “Oggi vado a cantare è l’unica cosa che amo”. Ecco che la musica, almeno quella, assicura il lieto fine. Senza età e senza lagrime, con la g.

Federico Pistone

Scarica l’articolo in pdf