Il leopardo e lo sciamano

«In vent’anni di viaggi in Mongolia ho imparato a non sorprendermi più. A non tentare di distinguere la leggenda dalla realtà, il tempo dallo spazio, la terra dal cielo. Non c’è confine, inutile cercarlo.»

Motivazione del Premio letterario Sergio Maldini: Il leopardo delle nevi e lo sciamano sono due dei magici incontri dell’autore nel suo affascinante viaggio in una Mongolia descritta nella sua varietà e umanità. Racconto poetico, tra incontri e sorprese, di una terra estrema, che ci riguarda un po’ da vicino anche se non lo sappiamo. Narrazione esatta, tesa, nata come esito di una conoscenza vera, profonda, colta e curiosa allo stesso tempo, condotta con una prosa elegante, asciutta, senza voluti preziosismi. L’uso costante della sinestesia fa sentire il lettore al fianco del viaggiatore: suoni, odori, colori, sapori sono descritti con tratti essenziali. Le pagine sono ricche di notizie, di eventi e di luoghi pieni di storia, ma la lettura è scorrevole ed immediata la partecipazione alle vicende narrate. Scrittore sapiente, Pistone sa discernere i centri nevralgici di una civiltà tutta da scoprire e tenere il lettore sul filo sottile sospeso tra l’ interesse per civiltà lontane, il bisogno di fantasticare e la curiosità per il presente, a cui accostarsi con rispetto. Il testo, arricchito da un pregevole servizio fotografico originale, si caratterizza per la compresenza  di istanze saggistiche di spessore antropologico e di desiderio d’avventura, sostenuto da una agilità che rende leggero l’impianto narrativo e suscita una profonda riflessione su un rapporto spesso latente nella vita dell’uomo contemporaneo fra  realtà e fantasia, fra scienza e mito, fra un passato lontano, un passato più recente, un presente di grandi cambiamenti  ed un futuro di difficile lettura, tra l’incredibile urbanizzazione, le offese mosse all’ambiente, la sperequazione sociale, la coesistenza tra forme di vita arcaiche ed altre tese ad un problematico progresso. Le pagine riescono a sostenere in modo convincente il fecondo equilibrio tra riflessione e racconto evocativo, tra il racconto personale di viaggio ed un altro tipo di racconto, in cui è l’umanità tutta ad essere coinvolta in un  cammino incessante, inarrestabile. Perché così vuole la nostra specie e così è sempre avvenuto. Per tutta l’ampiezza del libro, si respira un’aria di curiosità umana, di rispetto per ogni forma di vita e di serena accoglienza dei misteri della vita.

Dalla prefazione di Sveva Sagramola:
Latte e terra. L’odore della Mongolia è fatto delle cose che danno la vita, e un viaggio in questa regione nel cuore dell’Asia è in grado di restituirci una fotografia antica di noi stessi, quando, agli albori della nostra umanità, nomadi, ci spostavamo per adattare le nostre esistenze ai cicli stagionali. Ancora non c’era separazione con la natura, e i confini tra la vita e la morte, l’umano e il divino, erano difficili da distinguere, così come il cielo dalla terra, nello sconfinato orizzonte delle steppe. È in questo spazio senza tempo, dove l’essenza del nostro essere al mondo si staglia nitida, che ci conduce il libro di Federico Pistone, un diario di viaggio che avvince e si legge come un romanzo, emozionante, perché racconta non solo le storie, le abitudini e la vita quotidiana di un popolo abituato da oltre cinquemila anni a vivere nelle tende sfidando inverni che arrivano a cinquanta gradi sottozero, ma ne cattura anche i sogni, le credenze, i misteri. Quel senso del sacro, che i mongoli non hanno mai perso, dato dal rapporto quotidiano con una natura ostile e imponente, che può essere assecondata e mai sfidata, e attraverso cui viene naturale sentire di essere una parte del Tutto, strettamente legati al destino delle piante, degli animali, dei fili d’erba, dell’aria, dell’acqua, di ogni essere vivente. Per i mongoli c’è uno spirito in ogni elemento della natura a cui rapportarsi, con rispetto e familiarità; sentimenti che, se fossero stati mantenuti dall’umanità che ha conquistato il mondo nei tempi moderni, avrebbero evitato la catastrofe ecologica che sta investendo il Pianeta. Federico ci accompagna sotto cieli che ancora si accendono di stelle, perché la Mongolia è uno dei Paesi meno abitati al mondo, dove le stelle si vedono, e sono così luminose da rischiarare la notte. Ci fa entrare nelle tende dei nomadi, che chiamano gher la propria casa. Provate a pronunciare questa parola a voce alta e vi accorgerete che ha un suono dolcissimo, caldo, come la loro ospitalità. Ci fa conoscere vite faticose, dove però la mancanza di beni di consumo lascia spazio all’essenziale, alle cose veramente importanti e necessarie, al senso di comunità, di famiglia, di amicizia. Scopriamo insieme a lui le sfide della Mongolia moderna, dove l’urbanizzazione intorno alla capitale crea nuove povertà, e l’allevamento intensivo di capre provoca una desertificazione devastante, mentre la corsa allo sfruttamento delle risorse minerarie rischia di compromettere aree naturali ancora intatte, tra le ultime rimaste al mondo, di cui oggi ne è simbolo e abitante il leopardo delle nevi. È alla ricerca di questo animale meraviglioso, continuamente evocato e quasi mai incontrato, che andremo in queste pagine, inseguendo anche il misterioso «almas», la creatura paurosa e leggendaria, l’uomo selvatico di ogni mitologia di montagna. Un racconto che si fa spesso poetico, perché Federico guida il lettore in un Paese di cui ha una conoscenza profondissima, senza, per questo, essere invadente. Non giudica, ci lascia guardare, come se fossimo accanto a lui, in questo viaggio straordinario nella nostra umanità. Sa che non c’è un punto di appoggio per raccontare il mondo e le altre culture, che la vita è in continuo movimento, sotto ogni sua forma, e che i confini, in fondo, non esistono. Perché, come gli dice, il Santo Jamiyan, che legge Dante, e che Federico incontra a Shambala, il centro delle energie dell’Universo secondo la spiritualità tibetana, «le nostre vite sono un miracolo, così come le nostre trasformazioni, i nostri sensi, la nostra fede».

Sinossi: In Il Leopardo e lo Sciamano Federico Pistone racconta un viaggio magico in un terra immensa ed estrema, dai paesaggi sconfinati, che nasconde ancora oggi molti segreti e la possibilità di incontri straordinari con sciamani, nomadi gentili e ospitali nelle loro antiche gher, monaci bambini, uomini renna, creature sovrannaturali come l’almas, lupi, orsi, fino al leopardo delle nevi, simbolo stesso della fragilità e della spiritualità mongole. Punto di partenza è il deserto del Gobi, dove ancora oggi vengono alla luce scheletri intatti di dinosauri: solo in questo territorio immane e feroce, con un’escursione termica che sfiora i cento gradi, poteva trovarsi lo Shambala, il punto di convergenza di tutte le energie spirituali del mondo. La spedizione, effettuata su fuoristrada, cavalli, cammelli e treni, prosegue nella capitale Ulaanbaatar, caotico impasto di antico e moderno, e procede poi verso il grande Nord, passando dagli albori sciamanici del lago Khuvsgul, battezzato «mare della Mongolia » per la sua vastità. Il viaggio raggiunge l’estremità occidentale del Paese, dominata dagli scenari stupefacenti dei monti Altai. È in queste regioni fiabesche che da secoli viene avvistato l’almas, l’abominevole uomo delle nevi. Un ultimo strappo per raggiungere con il ranger il parco dello stambecco blu sulle orme del leggendario leopardo delle nevi. Un libro, Il Leopardo e lo Sciamano, che affascina e stupisce non solo per le descrizioni di una natura bellissima e incontaminata, ma anche per l’intensa spiritualità di una terra unica e ancora poco conosciuta.

Estratto dal Capitolo 1

Non rubare i ricordi del deserto

«Tany nas süüder khed ve?» chiede Baltan mentre lo abbraccio stretto per non finire disarcionato dalla moto sovietica che rimbalza sulle zolle ocra del Gobi. «Quant’è lunga l’ombra della tua vita?» È il modo romantico dei mongoli per chiedere l’età.
Perché in Mongolia la vita è romantica.
Tragica e romantica.
Ci sono trentacinque gradi, è ancora mattina ed è maggio. Stasera la temperatura franerà sotto lo zero con la minaccia dell’Ugalz, la tempesta nera che ingurgita le dune e cambia la geografia.
«Mio nonno ha visto una cavalletta arrostire al sole e congelarsi la notte stessa», mi racconta Baltan nel suo tormentato inglese, tanto per tenermi tranquillo.
Sento la sabbia che si infila fra i capelli, sotto i vestiti, dentro gli occhi. E anche in mezzo ai denti quando mi sorprendo a sorridere di fronte a una linea di cammelli che si spezza all’ultimo momento per concederci il passaggio.
Baltan si lancia lungo corridoi invisibili nel deserto, senza un apparente orientamento perché intorno c’è un vuoto di polvere, sassi e scheletri di arbusti, dalle cui spine penzolano brandelli di lana lasciati dalle capre che si strusciano per togliersi di dosso parassiti e tafani.
Difficile credere che quelle bestiole infeltrite offrano il cashmere più prezioso al mondo. Il gelo e il vento le hanno dotate di un vello morbido e spesso, condizione indispensabile per la sopravvivenza.
L’antica Minsk rossa lancia il suo grido straziante di marmitta squarciata generando una maestosa nuvola di fumo e terra.
«Quanto ancora per il monastero?» domando a tutta gola.
«Ci siamo quasi.»
Me lo ripete da diverse ore quel «ci siamo quasi», ma ho imparato che il tempo qui non esiste e se esiste ha criteri assai curiosi e molto diversi dai nostri. E anche lo spazio segue leggi fisiche parallele, forse divine: troppo vasto per essere contemplato da norme umane.
L’orizzonte è così lontano che diventa un’ipotesi e il cielo è tanto alto che evidentemente appartiene a un altro pianeta. Nessuna sorpresa se all’improvviso spuntasse un secondo sole.
«Quello è un pozzo?» urlo nella speranza che Baltan si fermi per un sorso d’acqua fresca.
«Secco. Da quando hanno aperto le miniere di oro e rame quaggiù è tutto prosciugato: fiumi, laghi, torrenti. E pozzi.»
«Ma le miniere hanno portato lavoro e ricchezza…»
Baltan si gira con un sorriso amaro: «Dici? Non certo ai nomadi».
Mi lascio sempre sorprendere dalla bellezza dei mongoli, donne o uomini non importa. È la leggiadra eredità lasciata da Gengis Khan che ora protegge con affetto il suo popolo dall’alto del tengher, il sacro cielo blu che decide il destino delle anime terrestri. La faccia di Baltan è come una luna piena lievemente increspata dalle fessure inaccessibili degli occhi infossati dentro zigomi altissimi e da un naso inconsistente.
Nonostante il frastuono, gli scossoni e la meraviglia di uno scenario marziano, chiudo gli occhi e mi assopisco.
Immagino lo smarrimento e l’eccitazione che quasi un secolo fa deve aver accompagnato sir Roy Chapman Andrews nel percorrere questi stessi sentieri: cercava tracce dell’uomo antico, ma impostò la «macchina del tempo» troppo indietro e trovò un arsenale di dinosauri, scheletri intatti, teschi, ossa, fossili, uova. L’esploratore, che poi ispirerà il personaggio di Indiana Jones, aveva scoperchiato il forziere preistorico più colossale del pianeta, conservato in quel frigorifero secco e perfetto che è il Gobi.
Proprio qui, sotto questo arido pavimento di sabbia e sassi, nel 1971 venne dissepolto un reperto sconvolgente, un’istantanea «scattata» 80 milioni di anni fa: un piccolo e crudele Velociraptor mentre ghermisce un Protoceratopo, mansueto erbivoro che all’occorrenza si trasformava in killer implacabile grazie ai colpi che menava con la sua coda poderosa. Sono morti nello stesso istante, come in un duello messo in scena da Sergio Leone: congelati in questo eterno abbraccio mortale. Hanno poi intrapreso un viaggio di diecimila chilometri fino all’American Museum of National History, senza mai separarsi.
Basterebbe fermarsi un attimo, scavare con le unghie e probabilmente qualche osso di Tirannosauro, come quelli custoditi nei cadenti musei di Ulaanbaatar, salterebbe fuori ancora. Ma non sono qui per questo.
Sono tornato in Mongolia per incontrare due fantasmi: il leopardo delle nevi e l’almas, lo yeti delle montagne dell’Altai. Per capire se sono leggende o se esistono. Se fanno parte dell’inviolabile magia di questa terra, collegata al cielo e agli inferi attraverso i prodigi degli sciamani, o se è possibile osservarli, magari anche toccarli, armati solo di una salda e ardente volontà.
E per cercarli sono partito dal lontanissimo Gobi perché è da qui che tutto si sprigiona. (…)